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venerdì 21 dicembre 2007

[intervista] Leonardo Ortolani

Un Rat-Dylan di fronte a uno sbalordito Rat-Baby.
Disegno inedito di Leo Ortolani realizzato per me nel 1996 (credo...)

Leo è sempre ben disposto a parlare. Sì, anche per telefono. Ma è meglio tramite e-mail. In un caso o nell'altro non si nega mai. Questa intervista risale a un po' di tempo fa. Credo fosse il febbraio (o marzo?) del 2004. La versione televisiva di Rat-Man -già molto conosciuto e ormai prossimo all'esplosione di consensi che di lì a poco lo avrebbe reso ancora più famoso- era ancora in gestazione. E così l'autore di Rat-Man, l'antieroe più celebre dei fumetti, si racconta. Anzi, così si è raccontato. Molto prima che altri eventi accadessero...

Caro Leo, nasci a Pisa nel 1967. E un anno dopo ti trasferisci a Parma. Immagino tu sappia della storica rivalità tra lucchesi e pisani. Ecco, allora dimmi: essere stato almeno per un anno "pisano" ti inorgoglisce, o...
Sì, ne ho sempre fatto motivo di vanto ogni qual volta mi chiedevano, qua a Parma, dove fossi nato. Con quello strano accento…Era un po' come per Superman dire che veniva da Krypton. Poi, specialmente nel corso degli ultimi anni, per affetto verso la città in cui vivo e dove è nato anche Rat-Man, mi considero parmigiano di adozione. Invece non mi ha mai toccato la faccenda delle rivalità tra le città toscane, rivalità che anche qua c'è tra Parma e Reggio Emilia. Appena posso, io che sono pisano (!) acquisto sempre Il Vernacoliere, che è un piacere! L'ultima volta che sono passato dalla Toscana, mi sono preso il volumone finale di Luana, di Daniele Caluri. Che, nonostante ci si messaggi sempre prima della manifestazione lucchese, non sono ancora riuscito a incontrare.

Nella tua storia (personale e professionale) Pisa ritorna quando meno te l'aspetti. Parlo della fanzine Made in Usa. Solo una coincidenza?
Non lo so… Ma in fondo è bello anche questo. Mi ricordo che la prima volta che venni alla Fiera del fumetto di Lucca (marzo 1990), furono proprio loro, i ragazzi di MADE IN USA, a farmi da guida nel variopinto mondo del fumetto. Una 24 ore di "full immersion" dove mi vennero mostrate le luci e le ombre di tutto ciò che ruotava intorno a questo mondo. Passai quindi la notte proprio a Pisa, da uno dei ragazzi della fanzine. E poi al mattino, alle cinque, mi recai a prendere il treno alla stazione. Mentre camminavo per le strade della città pensai come fosse strano che Pisa mi avesse visto fugacemente per poche ore, dopo tanto tempo, e che adesso mi vedeva andare via lesto lesto, all'alba, come un ladro. Ma in fondo il patrono di Pisa è pur sempre San Ranieri, il protettore dei ladri! Il sodalizio con MADE IN USA è nato allora ed è proseguito fino alla chiusura dell'ultimo numero, di cui ricorre adesso il decennale. Posso dire che, a parte il concorso SPOT che mi diede la possibilità di uscire alla ribalta, furono proprio loro, i ragazzi "pisani" (la maggior parte di loro erano a Pisa per studi universitari) a lanciarmi nel mondo del fumetto, con allegria, disincanto e un bicchiere di vino rosso. Insomma, Pisa mi ha fatto "nascere" due volte.

Ma cominciamo dal principio. Ricordo la prima volta che ti ho incontrato. Credo fosse il 1996, a Lucca Comics. Mi hai fatto un bel disegno, io ho comprato lo "Squalo", tu me l'hai firmato e io ti ho chiesto di Rat-Man - che al tempo (almeno a Lucca) era introvabile -. Se non sbaglio è proprio a Lucca che hai affrontato per la prima volta il grande pubblico. Vuoi raccontarci com'è andata?
Ho avuto diverse "prime volte" a Lucca con il grande pubblico. Nel 1990 per la prima volta fui premiato. Era il concorso SPOT organizzato da Comic Art. Fui premiato per Rat-Man, manco a farlo apposta. "Miglior sceneggiatore esordiente". Per la prima volta salii su un palcoscenico davanti a tanta gente che applaudiva, disinvolto come se fossi stato appena tolto dal freezer. La prima volta che mi ritrovai invece nello stand di una casa editrice, fu nel 1992, con la STAR COMICS. Luca Boschi mi aveva preso a bordo della rivista Star Comix a realizzare storie con i suoi personaggi e mi trovai appunto allo stand per fare disegni ai lettori, insieme ad altri autori tra cui Boschi, Mazzotta e Greg. Naturalmente mi tremavano le mani. Prima ancora che potessi sedermi, qualcuno mi gridò "Leo, mi fai Rat-Man?". Rat-Man mi portò poi a Lucca nel novembre 1995, dove sbarcai con il primo numero autoprodotto. Con piacere notavo che molti se lo ricordavano ancora dai tempi di SPOT, e l'avevano visto in seguito su MADE IN USA. Nel 1996, quando ci siamo incontrati, ero passato alle Edizioni BD di Andrea Rivi, ma il problema della distribuzione era ancora il primo nemico alla diffusione del Ratto. Ci pensò la Panini nella Lucca novembrina dello stesso anno a propormi il tentativo delle edicole. Nel 1997 Rat-Man arrivò a Lucca come albo Panini e da allora lo è rimasto facendo del suo meglio.

Nell'ultima edizione di Lucca Comics lo stand della Panini era "infestato" da Rat-Man. E i ragazzi dietro la bancarella indossavano tutti Rat-magliette. Soddisfatto?
Molto, ovviamente! Alla Panini vogliono molto bene a Rat-Man e da parte mia cerco di non deludere la loro fiducia. Ovviamente se mi clonassero potrebbero avere il mensile, ma la bimestralità è il prezzo da pagare per la qualità. O almeno per avere un albo che soddisfi prima di tutto me stesso.

Credi che la mostra mercato di Lucca rappresenti ancora una vetrina importante per i giovani autori?
Non lo so, ma credo di sì. Molte cose sono cambiate da quando facevo autoproduzione io… E' arrivato internet, con le sue possibilità di raggiungere chiunque e ovunque. Però a Lucca è indubbio che puoi avere i contatti "umani". Che sono fondamentali per chi vuole confrontarsi con questo mondo.

Ora basta parlare di Lucca e della mostra. Mi interesserebbe di più sapere le difficoltà che il "pioniere" Ortolani ha affrontato nell'autoproduzione di Rat-Man. Sceneggiare, disegnare, inchiostrare, stampare e distribuire tutto da solo non deve essere stato facile.
No, facile non lo è stato. Ma esaltante sì. Mi sono interessato a tutti i processi produttivi che portano un albo, anche piccolo come lo era il mio primo Ratto, per capire come funzionavano le cose e come sfruttarle al massimo, per ottenere il massimo risultato con il… massimo sforzo. Non posso dire il "minimo" sforzo perché mi sono fatto un "ratto" così. Seguivo personalmente i processi per l'impaginazione e la stampa, mentre mi affidavo per la parte burocratica ed economica a editori indipendenti. Prima Marcello Toninelli e poi Andrea Rivi. Anche i rapporti con la grande distribuzione e con i negozi di fumetti li seguivo da vicinissimo insieme a loro, visto che dalle vendite dipendeva la sorte dell'albo. Nei ritagli di tempo scrivevo, disegnavo, inchiostravo. Alla fine di tutto il processo dovevo ripartire, perché era già ora di pensare all'albo successivo. Seguendo infatti tutte queste cose (in più cercavo di partecipare a tutte le fiere che potevo raggiungere e promuovevo l'albo nelle fumetterie) il tempo per fare più di 24 pagine ogni due mesi era davvero poco. Se penso che adesso riesco a produrne anche 40/45 ogni due mesi, puoi calcolare quanto tempo dedicassi alla macchina produttiva.

Poi è arrivata la Panini. E infine la consacrazione con un volume pubblicato nella collana di Repubblica, i Classici del Fumetto. Cosa è cambiato?
Come dicevo prima, il cambiamento più bello è che adesso devo occuparmi soltanto di realizzare le mie storie. Con la massima libertà e il massimo godimento, aggiungerei. E spero che questo il lettore lo evinca dalle storie prodotte. L'organizzazione e il coordinamento della serie, affidati alle capaci mani di Andrea Plazzi, permettono al tutto di arrivare in edicola senza fiatone e con eleganza, mentre dietro le quinte siamo magari stremati dalle corse fatte per rimediare a ritardi e altri problemi tecnici che ci possono sempre essere. Lo staff di Repubblica che coordina la collana tuttora in corso, ha poi accolto la proposta della Panini di fare apparire il ratto nella collana, dopo averne letto le storie selezionate e avere riso. E' una bella soddisfazione per la fiducia della Panini nel personaggio in primo luogo, e per la conferma avuta dalla redazione di Repubblica in secondo. In terzo luogo è arrivata anche la soddisfazione di una conferma di gradimento da parte di un pubblico più vasto, che ha acquistato il volume e poi è andato a cercare gli arretrati di Rat-Man.

La colorazione delle copertine di Rat-Man è affidata a un altro Ortolani, tuo fratello Lorenzo. Anche con ottimi risultati. Un sodalizio proficuo?
Lorenzo, che ancora deve essere scoperto e apprezzato in maniera degna dall'editoria italiana del fumetto, è secondo me un colorista versatile e straordinario. E non lo dico perché è mio fratello, ma perché fa cose che pochi, a livello mondiale, riescono a fare. Basta guardare le altre copertine colorate al computer e confrontarle con le sue. Le soluzioni di luci e colori lasciano spesso senza parole anche me.

A proposito di familiari, com'è la vita di una donna al fianco di un disegnatore? Mi riferisco a Caterina, ovviamente. Preferiva forse il "Leonardo geologo"?
Ma… il geologo non l'ha conosciuto, come del resto l'ho conosciuto poco anch'io. Il marito fumettista è una delle figure familiari più temute dalle mogli. Spesso irritabile e depresso, dai ritmi di lavoro disumani che lo isolano dal mondo reale per settimane, mesi, anni… Ogni volta che deve affrontare una storia nuova si aggira per la casa mormorando "non mi viene più niente… è la fine, è la fine… sono rovinato". No, povera donna, non è facile!

Hai voglia di raccontarci, in estrema sintesi, una tua giornata tipo?
Non esiste una mia giornata tipo. Mi alzo tardi. Al più, se proprio devo fare delle cose, alle 8,30, ma di solito dopo le 9. Ciondolo per casa un po'. Verso le dieci mi metto a lavorare. Se devo scrivere. Se devo disegnare sono già al lavoro dalle 9. Se scrivo perdo tempo in mille modi, ma in effetti è solo per dare tempo alla mente di trovare le soluzioni, una volta impostato il problema. Non si vede da fuori, ma sono capace di cercare una battuta per giorni, senza smettere un attimo. Almeno con una parte del cervello sono sempre al lavoro. Pranzo. Ciondolo un po' fino alle due e mezza e poi riprendo la triste ricerca di frasi e trame e scene da mettere nella storia. Se scrivo. Se disegno, dopo aver fatto al mattino le matite, al pomeriggio faccio le chine. Di solito disegno 3-4 pagine al giorno, ma non sempre rispetto il ritmo. Vado avanti fino a sera. Dopo cena magari esco con mia moglie, cinema, oppure con amici e la serata finisce che facciamo tardi fuori. Oppure se scrivo, continuo a scrivere, fin verso le tre del mattino. Come ripeto, però, non tutti i miei giorni sono così.

Conoscendo la vita privata di un autore pensi si possa capire meglio anche il suo lavoro?
Sì, noti cose che non notavi prima. Ma non è necessario. L'importante è che il lavoro ti piaccia così com'è.

Prendiamo ad esempio l'Ultima burba. Quanto c'è di autobiografico?
Parecchio. E' ovvio che le battute sono spesso inventate (e dico "spesso"). Ma l'atmosfera, lo spirito che le pervade è quello che c'era attorno a me in caserma. Questo vale per ogni cosa che un autore scrive. C'è sempre qualcosa di se stessi. Deve essere così. Guai se non lo fosse, perché sentiresti che in ciò che ti viene proposto non c'è l'anima dello scrivente. E questa cosa fa la differenza.

Molti autori disegnano storie scritte da altri. Tu, in controtendenza, realizzi sceneggiature per te stesso e non solo. Penso alle strisce delle Sturmtruppen disegnate da Clod. Non c'è il rischio di restare a corto di idee?
Nessun problema. Semmai il problema è avere il tempo di realizzarle tutte.

I tuoi fumetti si caratterizzano per l'umorismo pungente, per l'ironia mai scontata, per le gag sempre nuove. Dove trovi gli spunti?
Vivendo. Guardandomi attorno. E annotandomele su foglietti di carta appena ne trovo una bella.

Quanto è importante il linguaggio? Sia nel fumetto sia nel vivere quotidiano.
Nel mio caso moltissimo, visto che costruisco le gag con esso, avendo cura di soppesare le alchimie che danno alcune parole anziché altre, con il bilancino da farmacista. E' incredibile come cambino le battute formulandole in modi apparentemente simili. L'operazione di scrittura riveste infatti per me l'operazione più delicata, in cui lavoro di fino anche nelle sospensioni, nelle pause, in tutto ciò che mi porta a creare un'atmosfera nella narrazione, i dialoghi e le gag.

Nella tua carriera hai mai copiato battute, strisce o vignette? Sei mai stato copiato?
Ogni tanto ho usato vecchie battute nelle mie storie, come un omaggio alle battute "classiche". Non è successo molte volte. Tre o quattro volte, credo, tipo nel primo numero "Io entro, copritemi" e nella vignetta dopo ha un lenzuolo sopra. So che molte delle mie invece sono state usate per animare spettacoli teatrali, le ho sentite in tv da cabarettisti di Zelig e sono state spedite come aforismi dal server di Buongiorno.it. Spesso tutto ciò con il mio beneplacito. A volte no. Il destino di una bella battuta è che poi venga usata e diventi di dominio pubblico, quindi c'è poco da essere gelosi. Semmai un pochino orgogliosi. Ho visto inoltre molti lavori di lettori che amano destreggiarsi con il fumetto e hanno preso a ispirazione i miei disegni per sviluppare un loro stile. Tutto questo è lusinghiero, anche se spero di non diventare un esempio da seguire, visto che nelle mie tavole ci sono carenze grafiche di ogni tipo.

Perché i tuoi personaggi hanno tutti il volto di una scimmia?
Perché la prima carenza grafica fu quella di non avere assolutamente dimestichezza con il volto umano. E ripiegai immediatamente su volti da scimmia, che potevo fare "pupazzosi" e mi venivano più naturali. Da allora (1976) le cose sono rimaste così alla faccia dell'evoluzione della specie.

Se non fosse stata la scimmia a ispirarti, avrebbe potuto essere…
Avevo già provato con altri pupazzi. Il primissimo personaggio che disegnavo era un topo. Guarda caso… Ovviamente il tutto aveva radici nelle letture Disney!

Rat-Man ha sempre nuovi fans. Ci sono possibilità che, visto il suo successo, sbarchi anche sul mercato internazionale? Qualche pubblicazione all'estero è già stata distribuita…
Rat-Man è un prodotto particolare. Non lo reputo per grandi masse. Non perché come la volpe non arrivi all'uva, che con tutti quei semini non mi piace e poi è acerba in questa stagione. Ma perché ho uno sguardo realista sul prodotto. Se poi mi sbaglio sarò ben contento di ammetterlo. Detto questo, la pubblicazione all'estero, tentata solo sul mercato spagnolo, non ha fatto in tempo a darci un polso della situazione, perché dopo tre numeri il distributore generale ha avuto un tracollo o simili, e tutte le testate a fumetti che distribuiva sono state bloccate. Compreso il Ratto, che poi è tornato a casa. L'intenzione di riprovarci rimane, ma a seguito di un altro evento.

Riusciremo a vedere Rat-Man sul grande schermo?
Che non è il cinema, come speravo all'inizio del mio coinvolgimento nel mondo dell'animazione. Ma è una possibile serie televisiva, la cui produzione potrebbe partire a breve come tra anni. Misteri di queste cose. In quel caso, la serie sarebbe distribuita su altri paesi e allora potrebbe seguire la serie a fumetti. Se poi la serie avesse successo, il mio sogno sarebbe quello di vederlo sul grande schermo, ovvio.

Il nostro supereroe con gli orecchi da topo avrà vita eterna?
No. Io sono del parere che le cose debbano avere un inizio, uno sviluppo e una fine. Non è (solo) una questione di fatica nel portare avanti una serie all'infinito, è proprio che conosco già come finirà Rat-Man e vi dico che non potrà continuare in eterno. Spero che il suo ricordo duri, questo è vero, ma niente di più. Dopo non so cosa farò. Mi piacerebbe comunque continuare a raccontare storie a fumetti, non potrei fare diversamente, magari realizzare un volume all'anno come il grande Will Eisner. Ecco, quello sarebbe il mio sogno.

Nelle tue storie si accavallano citazioni e parodie di straordinaria efficacia. A volte anche difficili da cogliere. Per poter citare occorre conoscere. So che sei un grande appassionato di cinema e lettura. Ma per avere una visione completa guardi e leggi di tutto oppure scegli? Voglio dire, sei disposto anche a guardare il Grande fratello per costruirci su una storia?
Se fosse necessario sì, ma stranamente non ci sarà mai una puntata sul Grande fratello. Chissà come mai…? Ho un interesse onnivoro che mi permette di spaziare un po' su tante cose, pur restando ovviamente più interessato ad alcune. Se proprio devo evitare qualcosa, evito le cose fatte a tavolino e senza passione. Se anche una cosa è apparentemente brutta, voglio sentire che chi l'ha fatta ci ha creduto davvero. A quel punto ha una ragione di esistere che va oltre la sua bruttezza.

Perché oggi i disegnatori hanno la tendenza a lavorare in proprio? Mi spiego: ognuno ha il suo sito internet e la sua rete di collaborazioni più o meno retribuite. Ma non esistono veri e propri gruppi di lavoro. Scelta o necessità?
Io lo faccio per scelta. Sono un solitario di natura e non mi è mai piaciuto lavorare in gruppo, perché ho dei ritmi di lavoro molto intensi e veloci che sarebbero difficili da seguire in un gruppo. Inoltre, quando lavoro, non mi concedo scorciatoie e non vengo a patti con niente, e questo potrebbe non essere condiviso dal gruppo, che per natura è più "rilassato".

Per i risultati raggiunti finora puoi ritenerti un uomo felice?
Sereno, sicuramente. Felice, ogni volta che posso. Cioè ogni volta che scrivo una storia.

Tutte le immagini © Leonardo Ortolani
www.rat-man.it

domenica 2 dicembre 2007

[intervista] Mauro Boselli

Con Mauro Boselli -e dopo Sergio Bonelli- si conclude qui il trittico di interviste realizzate per Muf mag su Alfonso Font.

Mauro Boselli parla di Alfonso Font

di Gianluca Testa

Mauro Boselli, a quando risale il tuo primo incontro con Alfonso Font?
“Di persona ci siamo incontrati per la prima volta al Caffé Pedrocchi di Padova in occasione della “Bonelliana”. Credo fosse il 1997. Da tempo lavoravamo per il «Texone» numero dodici, ma senza esserci mai visti”.

Avete coltivato questo rapporto?
“Sì. E nell’ambiente non è scontato che accada. Quando Alfonso Font arriva a Milano è sempre un piacere passeggiare insieme per la città. Purtroppo non sono ancora riuscito a fargli visita in Spagna, nella sua casa di montagna. Lo farò presto. Non è un problema di pigrizia, ma di tempo. Nonostante io viaggi molto, purtroppo non sono ancora riuscito a programmare questa visita”.

Prima della collaborazione con Bonelli, Font aveva sempre scritto le storie che disegnava. Lavorare con una sceneggiatura non sua ha creato complicazioni?
“Assolutamente no. Font si mette a completa disposizione dello sceneggiatore, con grande professionalità”.

È mai intervenuto sul tuo lavoro?
“È capitato che abbia suggerito un intervento. Quando l’ha fatto, io ho sempre accettato”.

Sei uno sceneggiatore molto produttivo. Qual è il tuo metodo?
“Non scrivo mai un soggetto completo. Anzi, porto avanti anche dodici storie in contemporanea. E i disegnatori seguono il nostro ritmo. Si tratta di un metodo piuttosto comune tra gli sceneggiatori”.

Credo che Paola Barbato completi le sue sceneggiature, senza pause.
“Perché lei è prima di tutto una scrittrice. Quella è la sua formazione. Accade anche a Pasquale Ruju. Comunque lavorano e hanno lavorato scrivendo sceneggiature a blocchi Michele Medda, Bepi Vigna, Alfredo Castelli, Gian Luigi Bonelli e lo stesso Tiziano Sclavi. Con storie lunghe come quelle di Tex non sarebbe possibile altrimenti”.

Lo Speciale Tex “Gli assassini” – l’unico “Texone” che hai sceneggiato – ha un carattere di unicità per la quantità dei luoghi in cui la storia è ambientata. Font non si sarà certo annoiato…
“Per il «Texone» numero dodici ho dato a Font una storia con continui cambi di scena. Pagina dopo pagina si alternano nuovi set. Dall’Arizona al Colorado, da San Francisco a Baja California. Visto che nel fumetto realizzare una scenografia non costa niente ci siamo sbizzarriti. E sì, credo che Font si sia proprio divertito”.

Unico è anche Font, dal segno così chiaro e caratterizzato. Per disegnare Tex immagino abbia dovuto lavorare molto.
“Vedi, Font si distingue per la forza del segno. Gli appartiene una matrice grottesca. Ma è stato in grado di stemperare questa sua caratteristica. Anche per questo motivo ritengo sia un autore straordinario. E poi riesce a disegnare bene anche i brutti e i cattivi. Un aspetto fondamentale per le storie western. Comunque bisogna sempre tenere presente che in Tex non si può mai esagerare…”.

A Font va un altro merito. Pochi autori riescono a disegnare scene fantascientifiche, comiche e di costume con lo stesso talento.
“Nel disegnare il «Texone», Font – così com’era accaduto per José Ortiz – ha dimostrato di saper essere un autore classico sulle storie regolari. Nonostante la personalità forte, Font ha un segno western fantastico. Autori come Ortiz sono passati subito al seriale. Font, essendo più imprevedibile, ha avuto bisogno di un po’ di tempo in più”.

Sembra però che i lettori di Tex non siamo ben disposti verso i cambiamenti.
“I lettori di Tex sono esigenti e molto legati al segno classico. Sì, c’era il timore che Font, capace di creare ambientazioni bizzarre, li sconcertasse. Ma anche i lettori sono riusciti a coglierne il valore”.

Di Font cosa ti piace?
“Lo stile e la sua capacità di raccontare il fulcro della scena senza distrazioni. E riesce a creare intorno ai personaggi un ricchissimo ambiente. A ogni rilettura de «Gli assassini», per esempio, si scopre sempre qualche particolare nuovo”.

Senza trascurare, poi, l’utilizzo dei chiaroscuri…
“Font ha una straordinaria capacità di illuminare, di utilizzare sapientemente il chiaroscuro. Dà forma alle figure con talento. Lavorare col chiaroscuro per dare spessore e forma alle figure è una delle più belle conquiste del Rinascimento. È fondamentale saperle sfruttare al meglio”.

Hai mai pensato di disegnare una storia?
“Ti confesso che, purtroppo, non so disegnare. Se lo sapessi fare mi divertirei. Perché credo mi appartenga una certa cultura dell’immagine”.

fonte: Muf mag

martedì 27 novembre 2007

[intervista] Sergio Bonelli

Sergio Bonelli durante l'inaugurazione delle mostre
allestite per l'edizione 2004 di Lucca Comics & Games

Confesso che telefonare a Sergio Bonelli non è stato facile. Forse perché non sapevo cosa mi sarebbe aspettato di lì a poco. Avremmo dovuto parlare di Alfonso Font. Così è stato. Almeno inizialmente. Poi siamo andati oltre con toni confidenziali e a tratti affettuosi. Quel timore carico di referenza si è dissolto nelle parole che a Bonelli non mancano mai, nella disponibilità che va oltre la misura, nell'apertura al confronto col primo giovane che gli fa squillare il telefono e alzare la cornetta. Lo ha fatto con l'entusiasmo di un esordiente. Eppure lui è Guido Nolitta. Un uomo consapevole dei suoi limiti, un uomo onesto. Ricordo le sue parole durante la consegna del premio Gran Guinigi, un paio di edizioni fa -o forse tre?-. "Premiate me?" chiese. "Ma se è più di un anno che non scrivo una sceneggiatura... Guardate quanti giovani ci sono qua in sala. Il premio va a loro". Questo è Sergio Bonelli. Uno come pochi.

Sergio Bonelli parla di Alfonso Font


di Gianluca Testa

Sergio Bonelli, perché fra tanti autori ha scelto di lavorare con Alfonso Font?
“Ero innamorato del suo tratto, del modo di disegnare. L’ho corteggiato e inseguito a lungo, raccogliendo ogni volta cortesi rifiuti a collaborare. In quel periodo Alfonso Font aveva troppo lavoro. Ci siamo incontrati la prima volta all’inizio degli anni Novanta, alla Fiera di Barcellona. Al tempo era considerata la «Lucca spagnola…»”.

Poi cos’è accaduto?
“L’insistenza è stata premiata e finalmente Alfonso ha accettato. Era il 1995. Dopo poco iniziò a lavorare sullo Speciale Tex numero 12, «Gli assassini», pubblicato nel luglio del 1998. In principio non fu semplice. A quel tempo Font lavorava a gran ritmo, soprattutto per il mercato francese. Là era già stato conosciuto e apprezzato per la serie Sandberg, père et fils, pubblicata dalla rivista Pif e realizzata in collaborazione con lo sceneggiatore Patrick Cothias. La sua fama, in Spagna, era ancora più grande. Non era solo una questione di identità nazionale. Buona parte del merito è per la qualità delle storie pubblicate dalla rivista Cimoc. E nonostante il fatto che Font fosse una personalità di rilievo, un grande illustratore e un disegnatore attento al fumetto d’autore, all’inizio avevo molti dubbi per il suo debutto in Italia”.

Cosa la preoccupava?
“Il suo stile. La stessa cosa di cui mi ero innamorato era causa di forti perplessità. Nel suo stile c’era infatti una matrice grottesca che il lettore italiano di Tex, così affezionato alle rappresentazioni realistiche, non avrebbe apprezzato”.

Alla fine è stato trovato il giusto compromesso…
“Font ha faticato parecchio per liberarsi dagli accenti grotteschi e ironici. Rinunciando a questi caratteri del suo stile ha dimostrato di essere un vero professionista”.

Scorrendo le pagine del “Texone” si nota una forte evoluzione del segno…
“Il tratto cambia all’interno dello stesso albo. Mantenere costante il registro narrativo non era cosa semplice. Accade anche che molti personaggi di contorno alla storia assumano tratti umoristici. A Font era sufficiente una piccola distrazione per ritornare a disegnare col vecchio metodo. E non potevamo certo controllare ogni tavola ricordandogli di evitare il disegno di nasi troppo tondeggianti e cose simili, tipiche del disegno umoristico”.

Dopo «Gli Assassini» Font ha cominciato a disegnare anche per la serie regolare. Era già tutto programmato?
“No. Volevo chiedergli di realizzare un solo «Texone», com’è accaduto per Jordi Bernet e altri. Dovevo mantenere una promessa fatta ai lettori: garantire per il meglio degli autori europei. Con noi Font si è trovato bene. E dopo la prima uscita ha continuato con la serie normale. È stato un un passaggio naturale. Sono felice di questa scelta”.

Sergio Bonelli e Renato Genovese durante l'inaugurazione
del Museo del Fumetto (Lucca, ottobre 2004)

Mi sembra di capire che tra lei e Font c’è un rapporto che va al di là della professione.
“Font è l’autore che ho conosciuto di più e meglio. Viene spesso a trovarci a Milano. A volte senza preavviso. Sono sempre piacevoli sorprese. Insieme abbiamo trascorso lunghi periodi in giro per il mondo, soprattutto in Spagna. Mi ha sempre trasmesso grande calore. Un bene raro che non ho mai trovato altrove. Di lui mi ha conquistato l’umanità, la serietà, la professionalità e il talento. Siamo entrambi contenti di quest’amicizia. E in questo mestiere è cosa rara. Per questo ne parlo volentieri. È il massimo che si possa chiedere. Purtroppo, lavorando a distanza, è possibile che con alcuni collaboratori – anche decennali – non ci si conosca mai troppo bene”.

Come giudica il rapporto tra Font e lo sceneggiatore Mauro Boselli?
“Ottimo. Si sono trovati subito d’accordo”.

E il giudizio dei lettori?
“Alcuni hanno manifestato il loro disappunto, lamentando una certa discontinuità. Font è stato inizialmente accolto con sospetto, anche perché in quegli anni era poco conosciuto in Italia. Poi li ha conquistati. Quasi tutti…”.

Quali sono i lettori scontenti?
“La minoranza. Rappresentano quella fetta di pubblico affezionata alla grafica tradizionale. Come quella di Aurelio Galleppini e di tutti gli autori realistici che si ispiravano ai grandi americani come Alex Raymond. Sono stati spiazzati da un autore all’avanguardia come Font. La stessa reazione era stata suscitata perfino da Giovanni Ticci, complice il suo tratto moderno. Alla fine quello che predomina è l’affetto per lo stile italiano tipico degli anni Trenta e Quaranta”.

fonte: Muf mag

lunedì 26 novembre 2007

[intervista] Alfonso Font

L'intervista ad Alfonso Font risale a un paio d'anni fa. C'era parecchio entusiasmo, allora. Il Museo del fumetto era stato inaugurato da poco e cominciavano ad arrivare i primi ospiti. Sembrava ci fosse un progetto condiviso e lungimirante. Sembrava. Insieme ad altri due amici e colleghi (Stefano Giuntini e Anna Benedetto) lavorammo per un breve periodo alla rivista Muf mag sotto la direzione e il coordinamento di Gianni Bono. Raccogliemmo interviste -come questa, realizzata proprio col contributo di Stefano e Anna- la maggior parte delle quali sono rimaste impresse su mini Dv. Se non sono mai state pubblicate e diffuse non è certo colpa nostra. Avrebbero dovuto arricchire un data base multimediale consultabile nelle sale del Museo e la rivista online del Museo stesso. Il rapporto si è interrotto senza alcuna spiegazione o chiarimento. Ma il materiale resta. Ho quindi deciso di recuperare le poche interviste pubblicate e -appena avrò un po' di tempo e se la tecnica me lo permetterà- metterò online anche quelle inedite. Sia per rispettare gli autori che hanno avuto la bontà e la pazienza di incontrarci e parlare con noi, sia perché i loro -anche se a distanza di molto tempo- sono racconti interessanti, degni d'esser letti.

Alfonso Font: l'intervista

di Gianluca Testa

Alfonso Font, il Museo Nazionale del Fumetto ti ha riconosciuto i meriti di una prestigiosa carriera dedicandoti una mostra. Cosa provi?
“È un momento importante. E se la mostra è organizzata da un amico tanto gentile come Gianni Bono non posso che essere soddisfatto”.

Prima del tuo arrivo in casa Bonelli godevi di una grande fama in Spagna e in Francia, ma in Italia eri poco conosciuto. Qual è stato il tuo primo approccio professionale con il nostro Paese?
“Sergio Bonelli mi avvicinò durante il salone del fumetto di Barcellona, per la prima volta nel 1994. Mi propose di realizzare un «Texone». Rifiutai. Non avevo tempo. Però mi resi disponibile per parlarne di nuovo. L’anno dopo il tenace Bonelli mi ripresentò la stessa domanda. Accettai. Il mio primo lavoro per l’Italia mi aspettava. Si trattava dello Speciale Tex numero 12, «Gli assassini». Lavorando a quell’albo ho riscoperto il piacere di disegnare. Per la prima volta non dovevo badare alla stesura della sceneggiatura e ho potuto così abbandonarmi al segno. Inoltre quel volume si prestava a un impegnativo esercizio di stile. Era stimolante: dalla prima all’ultima pagina le scenografie si sono alternate. Deserti, mare, isole… Ambienti sempre diversi e sempre nuovi. Come i particolari delle lampade, che avranno un ruolo fondamentale nella storia. Disegnarlo è stato un divertimento. Sono riuscito a poco a poco a evolvere anche la grafica. All’inizio lavoravo da professionista, ma non era sufficiente perché restavo troppo esterno alla storia. Sono entrato progressivamente nei personaggi, facendo mia la narrazione. E il risultato finale è stato superiore alle aspettative”.

Il rapporto con Bonelli non si è esaurito qui…
“Una volta concluso il «Texone», Sergio mi chiese di disegnare un almanacco. E l’ho fatto. Si tratta dell’Almanacco del West 2000, La legge del deserto. Sempre sceneggiato da Mauro Boselli ma con la copertina di Claudio Villa. Da quel momento ho cominciato a lavorare anche alla serie regolare”.

Come si riconosce un fumetto commerciale da un fumetto d’autore?
“A meno che non si tratti di un personaggio noto (come per esempio Tin Tin o Asterix e Obelix…), il primo si vende meglio dell’opera d’autore. Perché quest’ultimo non cerca il consenso nelle vendite, non la commercializzazione. È piuttosto un’opera intima, per pochi lettori. E spesso accade che per i temi trattati ci si rivolga solo a un pubblico di nicchia. Il prodotto commerciale cerca invece di farsi trovare attraente dalla maggior parte dei lettori”.

Hai realizzato anche le copertine dell’edizione spagnola di Dylan Dog. Perché l’operazione non ha avuto successo?
“Non conosco il segreto di un fumetto di successo. Possiamo però contestualizzare questa operazione. Quando Dylan Dog è stato pubblicato in Spagna, il Paese era già invaso dai fumetti giapponesi mentre quelli occidentali erano in calo vertiginoso. In questo momento abbiamo addirittura in Spagna scuole per imparare il Giapponese, perché tanta gente vuole leggere i manga. Quando facciamo il salone dei fumetti, la metà è dedicata ai manga, ma c’è addirittura un altro salone a Barcellona interamente dedicato ai manga. Si compra di tutto: libri, figurine, cartoline, pennelli, fischietti… Qualsiasi cosa purché sia fatta in Giappone si compra e si vende bene. E la gente, addirittura, ama comprare gli albi giapponesi in giapponese, che li devi leggere da destra a sinistra. E solo quello, per loro, è perfetto e meraviglioso. Penso che i manga siano stati per i fumetti occidentali cattivi quanto i videogiochi. Perché è un’altra forma di disegno che a un certo punto i nostri bambini si sono ritrovati a guardare alla televisione. Questo genere di disegno in cui le figure hanno occhi grandi e volti orientalizzati, metà orientali e metà occidentali… Le nuove generazioni si sono lasciate prendere da quello. E quando hanno avuto l’età per cominciare a leggere fumetti da adulti hanno preferito quelli giapponesi ai nostri, perché sono più abituati a quel sistema di disegno, di forma di comunicazione grafica”.

Si dice però che il manga abbia conquistato fette di mercato nuove, come quella femminile. Può darsi che abbia avuto una funzione di apertura verso il mondo del fumetto?
“Può essere, ma in Giappone esistono fumetti per tutti: puoi trovare fumetti dedicati ai giocatori di golf o all’equitazione. Voglio dire che si sono specializzati in tutti quei temi in cui c’è qualcuno che può essere motivato a leggere storie. In molti si trova ben presente l’elemento erotico, sessuale: questo è stato sicuramente un elemento che ha reso più attraente il manga, che ha inciso sul gradimento del pubblico”.

Quindi, proprio non ti piacciono…
“No, non mi piacciono: il disegno non mi comunica niente e le storie mi risultano un po’ troppo lontane, non mi riguardano, proprio nei riferimenti culturali. È un po’ come quando si leggevano le storie di Mao Zedong: benché avessero disegnatori cinesi eccezionali, in quello che raccontavano c’era qualcosa di «marziano». Potevi essere d’accordo con la maniera in cui disegnavano, ma non con le storie, perché risultavano lontane”.

Nasci come autore completo. Lavorando su soggetti non tuoi entri in contatto con altri sceneggiatori. Com’è il rapporto con loro?
“A volte può essere bruttissimo. Tutto dipende dalla capacità d’empatia. Di fronte a un nuovo soggetto pensi sempre a qualcosa che non va. A un personaggio dal carattere diverso, a una diversa ambientazione… Si compie sempre un’analisi soggettiva. Invece quando uno sceneggiatore ha un buon carattere, come il grande Mauro Boselli, ci si può confrontare senza il rischio di scontri violenti”.

Nella tua carriera, anche se per poco tempo, hai disegnato anche fumetti erotici. Penso per esempio a Carmen Bond…
“Il nome nasce dall’incrocio tra James Bond e Carmen Jones. Ho realizzato solo poche storie. Non avevo interesse all’erotismo. La verità è che in quel momento assecondai la richiesta del mio editore. Quel lavoro è stato pagato bene. E c’è stato perfino il riscontro dei lettori. L’erotismo funziona in tutti i linguaggi. Cinema, teatro, letteratura. E, appunto, fumetto”.

Ricordi il primo fumetto che hai letto?
“Certamente. Erano dodici tavole realizzate da un disegnatore spagnolo trasferitosi giovane a Parigi, dove ha vissuto tutta la sua vita. Si tratta di Antonio Parras. Era una storia di poco interesse. Ma per me ha significato tanto. Era il 1957. Si tratta di una storia di contorno di El Capitán Trueno. Un personaggio che in Spagna ha riscontrato quasi lo stesso successo di Tex in Italia. Non ho mai abbandonato quell’albo. Lo porto sempre con me. Lo conservo a casa, in una busta di cellophane. Se lo sfogliassi la carta si sbriciolerebbe fra le dita. È per me un oggetto prezioso, una reliquia. Per anni ho cercato un’altra copia sui banchi delle fiere e delle mostre mercato. Alla fine la perseveranza è stata premiata. L’ho trovato. E l’ho acquistato al prezzo che mi hanno chiesto, senza battere ciglio. Una privata soddisfazione”.

Un’ultima domanda: cos’è per te il fumetto?
“È la magia dell’immaginazione. Sono nato poco dopo la fine della Guerra civile spagnola. Noi bambini non avevamo niente per giocare o trascorrere il tempo. C’erano solo piccoli pezzi di carta disegnata. Costavano poche monete. Ma leggendoli si potevano raggiungere luoghi inimmaginabili. Allora giocavamo imitando Phantomas, El Capitán Trueno e tanti altri eroi a fumetti. Piano piano imparavamo ad amare quei personaggi. E amandoli abbiamo cominciato ad apprezzare anche quel tipo di linguaggio. Restavamo talmente affascinati da queste storie da non poterne più fare a meno. Ogni volta che riscopro i vecchi albi che leggevo da bambino mi emoziono. Fra qualche anno capiterà anche ai giovani lettori di oggi…”.

fonte: Muf mag